Elite sudamericane

Non pochi investitori internazionali, da qualche giorno, cercano al telefono i loro punti di riferimento in Italia e fanno domande così sintetizzabili: quanto è serio il fenomeno dei “forconi”? Chi ha acquistato titoli di stato italiani o pianifica di investire capitali nel nostro paese, infatti, s’interroga sul peso effettivo delle manifestazioni anti governative in corso e sulle potenziali conseguenze politiche.
14 DIC 13
Ultimo aggiornamento: 21:14 | 15 AGO 20
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Non pochi investitori internazionali, da qualche giorno, cercano al telefono i loro punti di riferimento in Italia e fanno domande così sintetizzabili: quanto è serio il fenomeno dei “forconi”? Chi ha acquistato titoli di stato italiani o pianifica di investire capitali nel nostro paese, infatti, s’interroga sul peso effettivo delle manifestazioni anti governative in corso e sulle potenziali conseguenze politiche. Le risposte degli analisti sentiti dal Foglio sono variegate, quasi tutte includono un riferimento alla “crisi sociale” figlia legittima di recessione e stagnazione, le più argute sottolineano il “carattere spontaneistico” particolarmente marcato nelle agitazioni in corso e l’inedita assenza di sindacati e partiti. Nella media, comunque, i ragionamenti degli specialisti interpellati sono meno allarmistici di quanto emerga dalla lettura dei giornali o dalle dichiarazioni di alcuni ministri. Nessuno, per intenderci, evoca a sproposito (o alla leggera) la resurrezione dei populismi sudamericani dei tempi che furono, o addirittura il parallelo con il 1973 cileno e la mobilitazione degli autotrasportatori che poi si concluse l’11 settembre di quell’anno con l’instaurazione della dittatura militare del generale Pinochet. Come pure si è sentito fare in Parlamento, giornali o televisioni.
I forconi, visti dall’estero, sono quindi poco cileni. Piuttosto, ha scritto ieri il Wall Street Journal, quotidiano statunitense tra i più seguiti nella comunità finanziaria, sono i governi europei a rischiare una deriva “sudamericana”. Detto in altre parole: gli esecutivi del nostro continente sono convinti di aver superato la fase più acuta della crisi, così come lo furono i governi di Messico e Argentina negli anni 80, e dimenticano in questo modo che stagnazione e debito pubblico rischiano di rimanere nostri compagni di viaggio ancora per troppo tempo. Il ragionamento del columnist Stephen Fidler parte da un assunto: sbaglia chi valuta il risanamento dell’economie dell’area euro con il solo metro di giudizio della bilancia dei pagamenti. E’ vero, adesso paesi come Irlanda, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia hanno bisogno di meno fondi esteri che affluiscano alla loro economia per compensare quello che un tempo era un eccesso di spesa della comunità nazionale rispetto ai risparmi accumulati. Un po’ per spinta dei mercati più scettici, un po’ grazie alle riforme suggerite o imposte dall’Unione europea a trazione tedesca, tutti i paesi appaiono statisticamente più “formiche” e meno “cicale” di qualche anno fa. Piano con l’ottimismo, dice però il Wsj. Anche in America latina, dopo che il Messico nel 1982 annunciò di non riuscire a onorare i suoi debiti, si assistette a una sorta di infarto finanziario, simile a quello che seguì la scoperta delle finanze allegre greche nel 2009. I deficit delle partite correnti di tutta l’area si ridussero, ma – in assenza di riforme profonde – ciò non impedì ai debiti pubblici di crescere a dismisura, fino a un’ulteriore crisi e ai tentativi più o meno fallimentari (vedi il piano Brady) di affrontarla. Il patatrac successivo non fu evitato. Oggi, allo stesso modo, i leader europei appaiono compiaciuti dei deficit rientrati, e non si occupano – scrive il Wsj – delle modalità recessive con cui questi deficit rientrano (meno import, non più export); né della fuga di capitali sempre possibile o del fardello debitorio che s’ingrossa.

Debito pubblico record, misure spot
Anche L’élite italiana rischia di divenire vittima di questa malattia sudamericana. “Il debito pubblico si è stabilizzato”, comunicò Palazzo Chigi a novembre. Ieri però i dati di Banca d’Italia puntavano ancora in un’altra direzione: a ottobre 2013 il debito ha raggiunto infatti quota 2.085.321 milioni di euro, rispetto ai 2.068.722 milioni di settembre e ai 2.016.042 milioni di ottobre 2012. Nuovo record, insomma, ma in negativo. Il governo Letta, sotto pressione di proteste ed equilibri politici cangianti (innanzitutto l’ascesa di Matteo Renzi nel Pd), ieri ha rintuzzato il colpo con una serie di misure economiche approvate in Consiglio dei ministri. Snellimento burocratico, digitalizzazione e norme sui visti sono contenuti nel primo decreto del piano Destinazione Italia. Il piatto forte però sono la riduzione dei costi dell’energia elettrica (anche se è difficile poter fare affidamento sulle coperture annunciate dall’esecutivo, visto che i contributi pubblici alle fonti rinnovabili saranno ridotti su base “volontaria”) e altri sconti fiscali per ricerca in azienda e acquisto di libri. Per non parlare di norme a uso più mediatico come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (riduzione, più propriamente) o lo stop al “consumo del suolo” (che già da anni, dicono i numeri, ha smesso di somigliare alla “devastazione” denunciata con enfasi dal ministro De Girolamo). Il governo procede a piccoli passi, pure in Europa. Dopo le critiche dell’Ue alla Legge di stabilità, in queste ore l’accordo sul meccanismo di risoluzione delle banche del continente assomiglia sempre più ai desiderata tedeschi, per ammissione di alcuni diplomatici sentiti dal Foglio. “Muddling through”, come scrive il Wsj; nessun “nuovo corso” europeo. La puzza di deriva sudamericana arriva dalla “testa” del paese? E’ quanto si chiedono gli investitori.